sabato 16 febbraio 2013

Dialoghi (n)


- Che voce ha uno specchio?
- Nessuna, ma credo sappia imitarle tutte
- Proviamo a metterci le cose davanti? Un dado a venti facce, un filo di nylon o un passo di danza… 
- Mmm... Ok.
- E voglio sentire anche la voce di un ricordo!
- Allora no.

giovedì 7 febbraio 2013

Compilation

 

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Toglilo.

Cosa? Ah, sì… Hai presente quei ricordi che ti ritornano in mente dopo associazioni di idee velocissime? Come dei sogni, ma sei sveglio. E come i sogni fai un po’ fatica a ricordare tutti i passaggi ed ora sto pensando ad un vecchio cartone animato per bambini, vecchio quel che basta per dirti che era uno che insegnava ad essere un adulto. Era, credo, il seguito di Piccole Donne. L’episodio in cui muore il marito di una di loro, penso proprio Joe. E c’erano questi bambini, tutti addottati da un’altra sorella e il marito che chiedevano al padre (o alla madre, boh) perché fossero tutti così addolorati della morte di quell’uomo. Quell’uomo non era nulla di che, non aveva compiuto imprese memorabili, non era divenuto importante e ad un certo punto era morto, così, senza nemmeno compiere un ultimo, grandioso, gesto. Ho ricordato la risposta dell’adulto. La ricordo, ogni tanto mi sale a galla senza immagini, ma con uno sguardo da tipico genitore che vuole bene ai propri figli, adottati o meno che siano. “Era un uomo buono e onesto. Tutto qui. E merita il vostro rispetto proprio perché era questo e niente di più, bambini.” Nei cartoni animati di una volta a morire erano soprattutto le persone buone che, tutto sommato, non lo meritavano. I cattivi facevano una brutta fine sì, ma solo alla fine. E poi si chiudeva la storia con una specie di Vissero Felici e Contenti che somigliava più a un La Vita Va Avanti. Si faceva spallucce e via, verso una storia che non valeva la pena essere raccontata. Vissuta sì, raccontata no. Erano storie buone e oneste e, ad un certo punto, morivano. Come certe persone che non erano nulla di più e soprattutto niente di meno.

Non si capisce nulla. Metti almeno il Continue, dai.

Dai, papà! Che cosa ho fatto? – Hai mancato di rispetto a zio G., ecco cosa. Sei grande abbastanza da saperlo… – Non è vero! – Non l’hai salutato e questa è una mancanza di rispetto verso le persone più grandi! Non si fa. – E solo perché è più grande devo salutarlo sempre? – No, anche. Perché se è più grande di te ed è qui vuol dire che zio G. s’è guadagnato il diritto di essere qui. E di essere salutato anche da te. Senza lo zio io e tua madre non ci saremmo conosciuti e tu non saresti qui. Ti sembra un motivo sufficiente? – Non lo so, non mi piace molto essere nato… – Adesso smettila, devi ancora capire quanto è bella la vita, nonostante tutto. Il fatto che io e mamma ti vogliamo bene e che io stia consumando il mio tempo per spiegarti tutto questo non è già qualcosa per cui essere contenti? – Non lo so, forse. – Non lo sai. Non ancora, ma un giorno capirai. Adesso torna da zio e abbraccialo che lo so che gli vuoi bene. E ricordati che non l’ha fatto apposta. – Va bene – Aspetta, N. – Che c’è, papà? – Prima di andare di là abbraccia me.

Secondo me il problema è ‘sta compilation. E’ fatta a cazzo.

No, non è fatta a cazzo, G. Magari lo shuffle gli mette solo un po’ di sussulti, ma ogni canzone mi ricorda qualcosa. Basta qualche nota e vago tra i momenti passati con qualcuno ascoltandola. E non è detto che questo qualcuno sia esistito… Hai presente quella strana voglia di scappare via che hanno certe ragazze ad un certo punto della loro vita? Prendere il treno, l’aereo o fare l’autostop per cambiare città davanti ai loro occhi e cambiare anche questi, prima o poi. Ma più prima che poi questa voglia passa, anzi si rimpicciolisce, schiacciata dagli impegni che il tempo e il non essere più ragazzine ti porta a sopportare. Certe persone vorrei essere in un altro Dove, altre in un altro Quando. Certe altre ancora vorrebbero andare in un posto che purtroppo non c’è, quello dei Come Sarebbe Stato? dove tutte le tue scelte hanno creato questo unico universo parallelo perfetto e non infiniti mondi diversi solo per qualche piccolo dettaglio.

Togli lo shuffle, non sto capendo perché s’impalla sta merda di computer. Anzi, spegni proprio, così magari m’aiuti invece di pensare alle vacche in cielo. Quelle ormai sono andate e non puoi più scopartele.

(Spento)

- Oh… hai visto? Ho capito perché il pc si blocca! E’ perché tenti di salvare le foto dal web sempre in questa cartella! Guarda, leggi quanti file sono! Grazie al cazzo che si blocca! Finché explorer li legge tutti il pc s’impalla e crasha!

- Non avrei mai creduto che dove si conservano i ricordi di altri mondi potesse essere uno spazio limitato.

- Ehi, poeta… Smettila di accumulare foto porno in un’unica cartella e inizia a salvarle da qualche altra parte. Tutto qui.

- Tutto qui?

- Già.

- Mmm… Hai mai la sensazione di stare vivendo nell’universo parallelo sbagliato? Alla mia età i miei avevano già me, una famiglia loro…

- E ti domandi pure il perché?

 

Music on air: Macro Marco feat. Hyst - Pass me by

lunedì 31 dicembre 2012

Un concerto di ding

 

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Questo post non c’entra, è un intruso. Avrebbe dovuto essercene un altro, ma s’è fatto largo, ha spintonato un po’ e, tutto maleducato, ha saltato la fila arrivando qui. Il Post Sulla Lingua lo guarda un po’ di traverso, lo ascolta con il cuore che solo i racconti sanno avere e lascia fare, tradendo uno sguardo un po’ amaro rivolto verso gli altri racconti, il fotoromanzo e il libro sulla memoria e sui padri. Twitter trova una sedia dietro la colonna e conta i ding.

 

Finora Le ore di sonno sempre più rare, quella serie tv e quel film che “li recupero durante le vacanze natalizie” e i giorni interi divisi solo dai letti diversi e il lavoro. E allora ritorni a casa e pensi che sia ora di svelare il segreto delle lingue nelle mie profile pic e invece no, non ancora. Perché oggi non ti senti appassionato e fiammeggiante in corpo come lo spirito della cronaca del perché io abbia scelto una lingua come mio simbolo personale. Non ce la fai. Come quando uno dei miei titolari nota l’assenza di una delle cameriere in un giorno in cui si prevedevano il triplo dei coperti, “No. Oggi no”.

E oggi proprio no, speriamo che entro domani il mio sistema endocrino si irregolarizzi e mi doni un po’ di quella possibilità di infiammare i cuori. Una preghiera alla Speranza. Non mi capitava di farne una da quella volta che mi misi in testa di perdere un sacco di chili per una gara. Vinsi il secondo posto, ma arrivati lì non ha più importanza. Vincere una sfida contro se stessi è una di quelle cose belle che quando ti capitano ti vorresti dare una di quelle pacche con le dita che stringono un po’ e fare quella faccia soddisfatta. Una roba così mi è capitata, ma non quest’anno. Quest’anno è stato tutto un Lasciamo Perdere che saltava la fila assieme ai vari Mai Una Gioia. Una roba che solo in certi uffici postali ai bei tempi in cui esisteva ancora il Liuk all’amarena. E tu sei lì dietro lo sportello e il finto vetro anti proiettile che vedi benissimo la fila e la lancetta dei minuti bloccata e quella delle ore pure e quelle dei mesi e degli anni no, quelle sono andate sempre come due turbine da aereo. Uno di quegli aerei che l’ultima volta che ne hai preso uno è stato troppo tempo fa. Eppure i fantasmi che ti sei portato dietro sono ancora qui che attendono il proprio turno e invece no e sono sempre senza numerino e non ci sono altri sportelli. Fantasmi senza catene e con le suole di gomma, ma che fanno un rumore infernale ogni volta che torni a guardare verso di loro. E il tuo sguardo si perde, nei riflessi di finestre su altre finestre piene di alba che sbattono per tutto questo vento che vorrebbe portarsi tutto via. T’immagini cambiare e non fregartene più, ma ormai è tardi e sei così e mo t’attacchi. Ci hai messo tutto questo girare di lancette per diventare questo ammasso di macigni che ti restano in gola e adesso è un casino che o abbatti o t’armi di santa pazienza e lasci perdere. Nei tuoi pensieri, nelle tue azioni e nei tuoi ricordi.

Fumi un po’, ma solo per riscaldare i tuoi pensieri e l’effetto che ottieni è bruciarti dentro di rimpianti e rimorsi e non valgono a nulla i mantra come “Ormai”, “Checcevoifà” e l’internettiano “Shit Happens”. Nessun cambiamento e sotto sotto ci speri ancora in un ritorno a quando sapevi meno. Almeno questo.

 

E ti ritrovi a ri pregare la Speranza, bruciando nicotina e ricoprendo di cenere leggerissima i ricordi. Come quando è ciò che hai perso a farlo con quello che sei dentro.

 

Music on air: Nujabes + Fat Jon – How you feel

lunedì 17 dicembre 2012

Natale in casa Coppino

 

Biny mi informa che è arrivato il momento di scrivere un post sul Natale. Come se fossi uno che se una cosa non gliela dici mesi prima poi non la fa (…)

Come se sia obbligatorio scriverne uno, tra l’altro. Questa vita da adulto ha solo obblighi e libertà condizionate da quanta benzina puoi comprare con i pochi soldi nel portafogli. Era meglio quando ero lì in piedi sulla sedia nel decidere con quale mano iniziare a scrivere la mia Prima Letterina a Babbo Natale.

 

“Voglio la macchina da corsa della Lego Technic”

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Scalcia i culi ancora adesso.

Per favore…

Pure a Babbo Natale?

Ogni volta che chiedi qualcosa a qualcuno! *coppino sulla nuca*

“PER FAVORE”

E mettici il punto

Sì, mamma.

 

Piansi una lacrima perché me lo dette veramente forte. Ricordo che il punto si allargò umido sulla carta. E poi niente, la sera del 24 si andò tutti assieme a casa della zia che era lontana millemila chilometri di freddo e cinque minuti a piedi e la notte ero ancora sveglio e feci le scale a due a due (avete presente le gambotte di un cinquenne? Cazzo pretendete) e iniziai a suonare al campanello di casa pur sapendo che non ci fosse nessuno. A parte, forse, Babbo Natale. Non è che volessi scassare la minchia a tutto il palazzo: volevo solo mettere fretta al vecchio ciccione.

Mia madre non fu della stessa opinione. Vabbè.

E allora corsi verso l’albero schivando porte, tavolini e i giocattoli di mio fratello fino ad arrivare ad un paccone con sopra un bigliettino e sul bigliettino c’era il mio nome e no, non lo lessi tutto, ma sapevo che l’unico nome con la N in famiglia era il mio e le unghie non tagliate nei giorni prima strappavano via la carta regalo blu che nascondeva il Mio Regalo di Natale! Babbo Natale esisteva davvero, allora! E con lui anche tutti gli altri come la Fatina dei Denti bambini, l’Uomo Nero dietro il blu scuro della notte, la Befana con le scarpe tutte rotte e Dio, Gesù e Gesù Bambino!

E il mio sorriso rimase uguale anche dopo aver visto che nella scatola non c’era la macchina rossa della Lego, ma quella del

MECCANO

la foto non ce la metto per ovvi motivi

 

Hai visto cosa ti ha portato Babbo Natale? Allora? E’ quello che volevi, vero?

Sì… zia. *sorriso*

 

Caro Babbo Natale,

sto ancora aspettando il mio regalo! Ho anche conservato quella cacata che mia zia mi ha comprato al posto di quello che volevo! Quando vuoi puoi sempre passare a portarmelo

*coppino sulla nuca*

PER FAVORE (punto)

 

Music on air: INXS - Need you tonight

mercoledì 14 novembre 2012

Reality check

 

Quando ti serve una frase ad effetto ti torna in mente la lista della spesa.

Di una settimana prima.

 

Enne ha i problemi. Pur non vivendo a Milano vive il disagio di un mondo troppo diverso da quello che si era immaginato da bambino. L’anonimia della collezione di palazzi intorno al suo lo coinvolge, gli striscia dentro passandogli dal retto e si insinua dietro gli occhi. La realtà che fa da filtro alla Realtà. Se ci si distrae ecco che l’abitudine ti attenua i colori e porta tutto a tonalità grigie. Una pacchia per le reflex digitali e i ventiquattrenni hipster che le hanno avute in regalo da mamma e papà o comprate con due stipendi della yogurteria in centro.

Oggi è mercoledì ed Enne è dalla Psicologa. Lei lo ha fatto accomodare mentre avvisava il suo amante su Whatsapp che la foto gliel’avrebbe mandata una volta finito. Enne non sa da dove cominciare. Perché non sai quale sarà la fine, spiega la dottoressa. E poi lei smette di parlare e si perde dietro fantasie di scrivanie riordinate con un braccio perché l’altro è impegnato a stringerle il culo nascosto dal camice bianco. Enne parla, comunica il suo disagio, parla anche della sua scrivania invisibile sotto la macchina fotografica, il case del computer, bottiglie di plastica vuota, penne, taccuini, monitor, casse, scatole di cotton fioc, buste di patatine San Carlo con la data di scadenza scaduta da settimane. Enne racconta che chi lo conosce gli affida delle cose per farsele aggiustare. Non è bello avere il possesso delle cose senza la loro proprietà. Enne respira tre respiri. Fa calare l’ansia, le ha spiegato la Psicologa durante il loro secondo incontro. Dopo il dodicesimo Enne ha smesso di contarli e si è abituato. Non gli serve nemmeno più scrivere l’appuntamento sulla sua agendina. L’anno prossimo spera che quelli della Moleskine stampino calendari con il mercoledì mattina, dalle dieci alle undici, con quel rigo occupato dalla parola “Sedativo”. Enne parla, si massaggia il palmo della mano con il pollice (terzo incontro) e lei annuisce. Lo ascolta e poi lo interrompe per dirgli che sì, in quella situazione non avrebbe potuto fare altro. Le scelte a volte sono obbligate, ma la scelta di fare una scelta no. Enne le racconta che gli specchi e i vetri con dietro il buio gli fanno da reality check. C’è anche un’altra cosa che gli è utile per farlo, ma Enne si vergogna e omette. Il suo piegare il collo verso la merda nel cesso mentre tira la catena dello sciacquone è al sicuro nella prigione affollata del suo cranio.

Enne si lamenta perché prima era più intelligente. Prima aveva più freschezza mentale. Enne non dorme bene da mesi, ma questo gli sembra uno zero in una somma. Tre zeri contando le sue occhiaie. Allora Enne continua. L’ora con la Psicologa  è l’unica della sua settimana senza della musica nella sua testa. L’unica ora in cui Enne sente la sua voce e non quella di altri che vivono il disagio come lui, ma riescono a raccontarlo sempre meglio. Nella testa di Enne ogni parola appallottolata diventa una nota che si dispone su un pentagramma. Enne confessa di sentirsi schiacciato e di aver sognato di dormire sotto un baobab sulla cima di una collina come quella sullo sfondo di Windows XP. La Psicologa lo interrompe per chiedergli se si sia ricordato. Enne fa Ah! e prende un cd da una delle tasche del suo giubbotto. L’orologio con la forchetta e il cucchiaio al posto delle lancette ha appena apparecchiato un’altra ora per qualcun altro. Enne ha fame, ma non di cibo. Enne vuole altro tempo e la Psicologa gli ricorda che questo è un ottimo metodo per perderne altro.

Con cosa lo riempiresti questo tempo se riuscissi ad ottenerlo? No, mi risponderai la prossima volta. La prossima paziente è già dietro la porta che aspetta, gli dice, mentre un sorriso svia l’attenzione della mano che si poggia sul braccio di Enne per indicargli la direzione del mondo fuori.

E’ tutto un fuori e un dentro, un qui e un lì. Enne ripensa al mago Merlino della Spada nella Roccia e alla scoiattolina innamorata del ragazzino Semola. Enne ripensa alla domanda fattagli dalla Psicologa e…

 

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Music on air: Daft Punk – Human after all

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